Lesbica e cristiana. Il Pride che mi ha ricordato che ‘Gesù ci ama!’

infoTestimonianza tratta da sisterfriends-together.org del  26 giugno 2008, liberamente tradotta da Anna C.
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Domenica prossima ci sarà il Gay Pride a San Francisco (Stati Uniti).  D. e io ci siamo andate un paio di volte in passato, è una cosa che cerchiamo di evitare in questa fase delle nostre vite.
Forse altre 51enni si divertono a stare sotto il sole accecante per cinque ore con una marea di spettatori mentre la parata sfila a passo di lumaca, nascoste solo da tre lunghe file di persone, ma io non mi divertirei molto.
E capita anche di domenica, quando sono incline al culto di Dio, a scambiare il gesto di pace e a spezzare il pane, genere di attività che vanno oltre allo stare a bocca aperta davanti a gambe formose e all’abbigliamento scintillante delle drag queen.
In realtà preferisco stare a bocca aperta e apprezzare ogni domenica la nostra comunità gay estremamente diversa, ed è per questo che ci avvieremo il giorno prima con le nostre amiche Denise e Heather per acchiappare adesivi gratuiti dalla bancarella del Marriage Equality [1], per comprare una maglietta economica del Gay Pride, che non idosserò mai e non sgranocchierò mai cibo da bancarella. Ah, niente è come il fine settimana del Gay Pride!Quindi lasciate che vi racconti del mio primo Gay Pride. È stato il mio preferito, scoprirete perché alla fine della storia.
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Gay Pride. Chicago. 1996

Avevo attraversato il paese per unirmi a un nugolo di gente della Coalizione della Chiesa Unita di Cristo per i problemi delle lesbiche, gay, bisex, trans (LGBT). L’umidità era soffocante per una ragazza della west coast e la calca di spettatori oscillava per numero e diversità.
Uscita allo scoperto come lesbica solo da due anni e vivendo all’epoca in una piccola comunità universitaria, non ero mai stata circondata da così tante drag queen, ragazzi gay vestiti in pelle e dykes on bykes [2] in tutta la mia vita.Ok, lo confesso. Era la mia prima volta in assoluto che mi trovavo a distanza ravvicinata da qualsiasi drag queen, ragazzi gay vestiti in pelle e dykes on bykes[3], e col senno di poi sospetto che assomigliassi a un cervo davanti ai fari di un auto, solo più gay.Il nostro piccolo e divertente assortimento di gente gay bigotta era posizionato nella sfilata da qualche parte tra il nugolo di drag queen con i tacchi a spillo più alti della terra e un gruppo di PFLAG[4] che marciavano con cartelloni con su scritto “Io amo mio figlio gay” e “Genitori etero e orgogliosi della figlia lesbica”.Mentre ci muovevamo lungo il percorso della parata spintonati dagli spettatori che spingevano da entrambi i lati della strada, affacciati a ogni finestra e traboccanti da ogni scala antincendio e da ogni portico dei palazzi, il nostro gruppo, che marciava senza striscioni dai colori scintillanti, cartelli con slogan o ninnoli arcobaleno di cattivo gusto da lanciare alla folla, ha contribuito solo con un canto mediocre al caos festoso.
Nel nostro vasto repertorio musicale di tre canzoni era inclusa “Jesus loves me, this I know…”Più volte abbiamo cantato questa nota canzone infantile della scuola domenicale. Camminavamo e mentre camminavamo cantavamo e mentre la gente si trovava dietro le linee laterali, accadde qualcosa di inaspettato.

In qualunque punto della parata ci trovassimo e in qualunque direzione si muovessero i miei occhi, c’erano uno o più spettatori che cantavano insieme a noi, mimando con la bocca le parole “Jesus loves me this I know, for the Bible tells me so[5]”, e in più di qualche occasione con le lacrime che brillavano negli occhi.

Ad un certo punto del percorso ci siamo fermati per aspettare che i gruppi davanti a noi continuassero e mentre cantavamo, i miei occhi sorpresero due uomini a circa 500 metri da me sul marciapiede, quello più alto era appoggiato al cartello stradale dello stop, con le braccia intorno all’altro che si appoggiava a lui.

Entrambi indossavano in quella giornata di umidità soffocante maglie e pantaloni di pelle nera, stivali di pelle e cappelli di pelle nera e scintillavano, mentre il sole di mezzogiorno rimbalzava sulle borchie e le catene di metallo che facevano parte del loro abbigliamento e fasciavano i loro corpi.
Avevano la barba, i baffi, e se avessi ricordato il gergo gay, credo che il termine “Leather Daddy[6]” sarebbe stato appropriato, ma io sono lesbica, quindi cosa ne posso sapere dei ragazzi gay oltre a quello che ho imparato da “Queer for Folks[7]”?

Ora lasciate che faccia una confessione; troppo spesso cerco di fare qualcosa che trattenga il fattore indifferenza verso i gay. In quella fase della mia vita in qualità di cristiana gay lottavo con i membri più scatenati e strambi della comunità gay che venivano costantemente aggrediti dai cristiani conservatori nella loro lotta all’omosessualità.

Gli unici videoclip che abbiano mai mostrato sulle persone gay erano quelli di uomini cosparsi di olio senza maglietta vestiti con pantaloni di pelle bucati sulle natiche, drag queen con due meloni al posto delle tette messe KO dall’imponenza e dalla grandezza delle loro stravaganti acconciature e lesbiche super maschiaccio palestrate che si scambiavano baci a timbro.

Volevo in segreto che tutti si limitassero un po’ nel dare a James Dobson e a Pat Robertson materiale su cui lavorare. Rattoppatevi i pantaloni! Sgonfiatevi quelle tette! Non prendete troppo sul serio le effusioni in pubblico!
Ovviamente non mi trovo più in questa situazione ma allora, quando mi lanciavo a capofitto nella mia personale omofobia, era questo il genere di critiche arroganti che mi passavano per la testa.

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Ritorno al 1996. Chicago. Gay Pride. Leather Daddies [8]

Ero lì a criticare quei due uomini quando accadde. Il bersaglio delle mie critiche presuntuose si trovava su quel marciapiede. Difficile.
Mentre ci avvicinavamo al punto in cui si trovavano i due uomini, mi accorsi che stavano piangendo. Non sto parlando di una lacrima a caso che gli illuminava gli occhi. Stavano p-i-a-n-g-e-n-d-o. Molte lacrime. Nasi gocciolanti. Facce contrite.
E mentre piangevano, mi accorsi che stavano cantando “Yes, Jesus loves me, Yes, Jesus loves me, Yes, Jesus loves me, the Bible tells me so [9]”.

Ero lì, li fissavo entrambi e loro di rimando guardavano me, e per pochi brevi attimi cantammo insieme, cantando l’uno all’altro di un amore che ci era stato insegnato a tutti e tre nell’infanzia da persone che avevano smesso di cantarcelo una volta cresciuti e diventati gay.
Quindi, capite adesso perché questo è stato il mio Gay Pride preferito?
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[1] Si tratta di un’organizzazione fondata nel 2000 negli Stati Uniti che lotta per garantire la validità dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. [NdT]
[2] Termine di difficile traduzione in italiano per via della rima. Tuttavia si tratta di gay in moto vestiti con abiti in pelle. [NdT]
[3] Vedi nota 2.
[4] È un acronimo che sta per “parents, families, friends of lesbian and gays”; la traduzione letterale corrisponde a “genitori, famiglie, amici di lesbiche e gay”.
[5] Letteralmente, “Gesù mi ama questo so, perché me lo dice la Bibbia”. [NdT]
[6] Letteralmente, “paparino con abiti in pelle”. [NdT]
[7] È il titolo di una serie televisiva americana prodotta nel 2000, incentrata sulle vicende di cinque uomini gay e una coppia lesbica. [NdT]
[8] Vedi nota 6.
[9] Vedi nota 5.
.Testo originale: Gay Pride and “Jesus Loves Me”
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