Testo di Marcella Maria Althaus-Reid tratto dal Dossier “Divesità sessuale e teologia in america latina” a cura di Mauro Castagnaro, allegato al mensile Confronti del gennaio 2008, p.16
Il Dio queer è un Dio che esce dall’armadio dicendo “non posso essere Dio, ho un’altra identità, ho bisogno di essere uomo”.
Non è un gesto di donazione agli uomini, ma una necessità di Dio di rivelarsi. Dire: “Sono fragile, sono umano”. Uscire da questo armadio gli è costato caro.
Questa è un’interpretazione nuova di Dio, a partire da un altro modo di rapportarsi con la divinità.
Le metafore del Dio perfetto, della suprema sapienza, del terminato, derivano da un modo di pensare premoderno.
Il Dio queer è un Dio inconcluso, in progress, ambiguo, dalle molteplici identità, che non finiamo mai di conoscere perché, quando arriviamo al termine, sfugge, è di più.
Non voglio un Dio del centro egemonico, un re che ti visita nella favela, ti dà la mano e dice: “Io sono Dio, ho un regno e sono così buono da venirti a far visita. Però adesso, scusa, devo tornare nel Regno dei Cieli”.
Parlo di un Dio che apre il suo armadio e diverte gli amici dicendo: “Ora sono Marlene Dietrich”.
[ A lato il trailer del film Angels in America di Mike Nichols, USA, 2004 ]
